Un appello dal popolo africano per Walter Veltroni! Giugno 24, 2007
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Quando penso a come, alla fine mi hai ridotto tu (…) Quando penso a come, mi hai preso in giro però (…) Io no, io no, io no io non ti dimenticherò… Io no, io no, io no, io non ti perdonerò… (Io no…, Vasco Rossi, Canzoni per Me, 1998)
Walter Veltroni per favore non dimenticarti la causa africana! Il popolo africano ha bisogno di te, l’ITALIA NO!!! Già Roma ha patito abbastanza! Ti prego l’ITALIA NO!!!
Faccio appello a tutti gli spiriti liberi e volenterosi del mondo libero di internet. Invitiamo il popolo africano a richiedere ufficialmente la presenza fisica del loro ambascitore mondiale: un uomo savio e giusto quale Walter Veltroni può risolvere tutti i loro problemi. Africa needs Walter!
You and I per Hillary Giugno 24, 2007
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Finalmente è arrivata… la tanto agognata canzone per Hillary ha un titolo YOU AND I ed un’autrice CELINE DION.
YOU AND I
High above the mountains, far across the sea
I can hear your voice calling out to me
Brighter than the sun and darker than the night
I can see your love shining like a light
And on and on this earth spins like a carousel
If I could travel across the world
The secrets I would tell
You and I
Were meant to fly
Higher than the clouds
We’ll sail across the sky
So come with me
And you will feel
That we’re soaring
That we’re floating up so high
Cause you and I were meant to fly
Sailing like a bird high on the wings of love
Take me higher than all the stars above
I’m burning, yearning
Gently turning round and round
I’m always rising up I never
Want to come back down
You and I were meant to fly
Queste ultime due mosse (la canzone e il video di introduzione) della Clinton che nel bene e nel male anche in Italia stanno facendo parlare di lei sono i presupposti per una campagna elettorale che farà molto parlare di lei e per lei…
C’è chi dice è una strega, tanto lei se ne frega. Ai giudizi degli altri non fa neanche una piega! (La strega, Vasco Rossi,1979)
Su SpinDoc l’articolo originale
A blog’s life Giugno 22, 2007
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Ancora sono troppo fresco di “nascita” (neanche 2 mesi di vita in rete) per dire di essere un superconvinto di questi nuovi modi di comunicare e fare informazione, certo le possibilità sono infinite, ma bisogna avere un sacco di tempo reale e non virtuale per essere sempre On e On the News. Aspetto il prossimo futuro in cui saremo tutti collegati gli uni con gli altri 24 ore al giorno, in cui potremo scegliere con quali occhi vedere in prima persona… Intanto rimando ad un interessante indagine sulla blogosfera di Diario Aperto e sponsorizzata su Punto Informatico, in cui emergono le parole: FIDUCIA, COMUNITA’ E CAMBIAMENTO. Non male come temi, magari da adottare per una prossima campagna elettorale: trasversali e universali…
Il peggior ladro del mondo Giugno 22, 2007
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Ringrazio Manuela per la dritta, i Bastardi Dentro per il video. Veramente da ridere dall’inizio alla fine. Dispiace per il tizio, che rimane nella storia: un vero eroe…
Guerra o economia? Giugno 21, 2007
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Le domande: “Conviene investire e utilizzare risorse pubbliche per investimenti riguardanti la difesa? Quali sono gli effeti delle spese militari sulla crescita economica?” Sembrerebbe di no, ma vallo a capire l’essere umano…
E comunque le risposte le prova a dare Lorenzo Tordelli in un interesante articolo su Pagine di Difesa
Un saluto a fratello Gary Giugno 21, 2007
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Con il mondo globalizzato le distanze non esistono: grazie alla velocità di spostamento e di comunicazione siamo tutti ovunque… Colgo quindi l’occasione per salutare fratello Gary che da 3 mesi sta in Giappone. Nonostante il rapporto sia stato mediato da Messenger e ultimamente da Skype mi rimane un po’ di amaro in bocca, perchè mi manca la presenza fisica concreta, l’annamose a fà ‘n’aperitivo… Sbrigati a tornare!!! In marcia!!!
Gioventù spaesata Giugno 17, 2007
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Segnalo un sentito articolo su Articolo 21 sulla “stanchezza generazionale” che prende a noi “giovani”… L’articolo si riferisce ai giovani di sinistra, ma anche a destra non è che si stia molto meglio… Si può essere di destra o di sinistra siamo comunque tutti coinvolti… il pane non ha colore, i sogni non hanno tempo e la vita è per tutti una (un brivido che vola via, per dirla alla Vasco)…
10, 100, 1000 Cannes Giugno 13, 2007
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Ringraziando una persona per la piacevole serata di mercoledì, prendo spunto dal film di Tarantino (che consiglio a tutti di andare a vedere perchè non fa veramente una piega) per proporre un articolo che avevo scritto qualche giorno fa (e che mi aveva dato ulteriori spunti) sull’uscita del libro curato da Feltri sul cinema italiano.
“Il cinema italiano è una tragedia, molto meglio i vecchi b-movie.” Q. Tarantino striglia il cinema italiano. Su il giornale e su blogosfere.
Se lo dice Feltri non va bene a prescindere, se lo dice PolSpot non gliene frega un cazzo a nessuno, se lo dice Tarantino forse qualcuno ci fa un pensierino…Tutto questo per parlare di uno dei pochi libri che dice la verità sul cinema italiano, al di là delle solite chiacchiere da salotto. Ci voleva il coraggio del buon Feltri e la competenza di Arezzo e Mecucci per far uscire un libro dal titolo “Cinema, profondo rosso, ovvero come la sinistra ha costruito l’egemonia sul cinema italiano, facendone una sprecopoli di celluloide, capace solo di produrre film-flop”. Assolutamente da comprare. Il cinema italiano, per adesso, sembra non abbia più nulla da dire. Perché la questione in realtà non è né di destra né di sinistra, è solo una questione di logica, di basilare intelligenza e buon senso. Che senso ha finanziare e produrre film che poi nessuno va a vedere o che magari neanche escono nelle sale? Purtroppo poi la questione diventa politica perché c’è una parte che vuol regalare questi soldi a tutti i costi, e c’è un’altra parte che questi soldi preferirebbe farli risparmiare allo stato e quindi ai cittadini. Si può dire che il cinema italiano è una merda? Spero di sì. Mi si permetterà. IL CINEMA ITALIANO E’ UNA MERDA. Non lo dico per partito preso. Lo dicono gli spettatori che vanno al cinema. Lo dicono i numeri. I numeri degli spettatori e i numeri degli incassi. C’è poco da contestare. Il libro dice fondamentalmente cose risapute da tutti gli addetti ma mai pubblicate con forza ed efficacia, perché se no si scoprono tutti gli altarini del sistema e qualcuno si deve inventare un altro lavoro. Ben vengano le lampanti esclusioni dei film italiani dai festival (10, 100, 1000 Cannes) se possano servire a cambiar qualcosa, dato che nel 2004, con la nuova legge cinema ci aveva provato Urbani, provocando una sorta di paralisi nel sistema, (perché per un anno si è bloccata tutta l’elargizione dei finanziamenti) e oggi è stata già ricambiata dal ministro Rutelli che con gli articoli 673 e 674 della finanziaria 2007 ha nuovamente assassinato il futuro del cinema italiano, “ricostringendolo” nella cultura parassitaria e assistenzialista, quella del “prendi i soldi e scappa”. Tanto per dire, i film italiani in futuro non godranno più di “finanziamenti”, ma di “sovvenzioni”, a fondo perduto. Un cinema che è sempre meno arte, ma sempre più pseudo-industria culturale, o meglio di propaganda. Il signor Rutelli e il signor Veltroni sembra si scambino i ruoli perfettamente: Sindaco di Roma e Ministro delle Attività Culturali, i ruoli dell’eccellenza per la propaganda politica, e di fatto il Super Sindaco di adesso è a tutti gli effetti il candidato numero uno per fare il prossimo candidato Presidente del Consiglio, (personalmente spero faccia la fine del compare Rutelli…) Nel libro di Feltri c’è un po’ di tutto, per sentirsi male… E considerando che lo Stato Italiano è la più grande Major del cinema europeo con un investimento di 730 milioni di euro e con un incasso di appena 100 milioni, da mo che doveva essere fallita, e invece continua a far produrre film….
Gli stessi 150 festival del cinema italiani sono eventi prettamente autoreferenziali, eventi organizzati più per le sfilate degli addetti ai lavori, per rivedersi, per far cultura del cinema e dirsi quanto si è bravi e intelligenti. A volte sembra che il cinema abbia preso dalla politica il lato peggiore, quello della autoreferenzialità mediatica che a furia di parlarsi da sola attraverso i media ha perso il totale contatto con la realtà dei cittadini e lo stesso vale per il cinema italiano che a furia di parlarsi e “riprodursi” da solo, ha perso il reale contatto con gli spettatori. I festival per far acquisire un minimo di visibilità territoriale, per far vedere al pubblico nostrano che si esiste, servono per mettere qualche “bella etichetta” ai film così che tutti prima o poi riescono a vincere qualcosa, così da scrivere “vincitore del festival di vattelapesca” e tutti sono contenti, e il film acquista il suo valore artistico aggiunto anche se lo hanno visto 100 persone e il festival era quello di quartiere.
Hanno trasformato il cinema in un fatto burocratico, se tutte le carte sono a posto e i soldi arrivano va tutto bene, poi chi s’è visto s’è visto e se il film neanche arriva nelle sale ‘sti gran cazzi. Di fare il cinema vero, quello che ti smuove dentro, quello che ti fa sognare ed emozionare non c’è più traccia, è solo una pratica burocratica, poi ‘sti cazzi. Puoi avere in mente il più grande film della storia, ma se non stai alle regole non ci devi neanche pensare, e comunque ti devi trovare i finanziamenti da solo… meglio scomparire che svanire piano piano.
In tutto ciò, oltre a leggere il libro di Feltri & Company in edicola a 2,50 euro (sempre che quelli del cinema impegnato non lo abbiamo già fatto sparire…) vi consiglio di leggere l’introduzione alla mia tesi di laurea elaborata più di tre anni fa, che ripropongo con qualche taglio. Proprio stupido forse non ero…
INTRODUZIONE
Sarebbero davvero potuti esistere i dipinti di Michelangelo senza una Cappella Sistina, senza un verbo da diffondere a milioni di fedeli e soprattutto senza un Papa di nome Giulio II che commissionasse e pagasse l’artista per dipingere?
Probabilmente no.
Da questa semplice domanda che evidenzia la necessità per un qualsiasi prodotto materiale o immateriale di un creatore/ideatore, di persone recettive all’utilizzo, ma anche di un committente/finanziatore, di una funzione e della possibilità di essere effettivamente utilizzato, la mia tesi vuol partire per far luce sul conflitto interiore che ha segnato e continua a segnare il cinema italiano troppo desideroso di sentirsi e fare arte piuttosto che economia. Si è oramai arrivati ad un punto di non ritorno che esige un radicale cambiamento di prospettive, e innanzitutto chiarezza, perché i numeri dicono che da vent’anni le quote di mercato dei film nazionali raramente hanno toccato il 30%, attestandosi in questi ultimi anni intorno al 22%, a fronte comunque di una buona produzione che è circa la metà dei film importati dagli USA.
Non sembra un po’ strano che i film italiani che escono nelle sale li veda a mala pena un italiano su quattro? Forse è ora di iniziarsi a porre domande sulla stessa esistenza del cinema in Italia: a cosa serve il cinema? Qual è la sua missione, la sua funzione, il suo fine? Rispondere a queste domande sarebbe già un passo avanti. Si delineerebbero già degli obiettivi da raggiungere, punti d’arrivo cui aspirare, per cui lottare e migliorarsi continuamente. Produttori, registi e sceneggiatori in primis dovrebbero avere chiaramente in mente cosa vogliono dire, fare, ottenere da e attraverso il mezzo cinema italiano; poi tutto il resto. Di qui, per prima cosa, la necessità della chiarezza, un concetto che potrebbe essere esplicitato nella possibilità di rispondere in qualsiasi momento della filiera produttiva ai famosi cinque quesiti delle 5W di Lasswell (who, what, where, whom, why), il quale diceva che si potesse parlare di comunicazione solo quando vi fosse la possibilità di fornire risposte univoche alle cinque domande che definiscono il processo comunicativo stesso, che in italiano stanno per: chi dice? Che cosa? Attraverso quale canale? A chi? Con quale effetto? . Senza entrare troppo in questioni che riguardano il mondo della comunicazione, è importante evidenziare come la semplicità di queste domande, (che in un contesto non prettamente comunicativo si potrebbero tradurre in: chi fa? Cosa? Per chi? Come? Attraverso quale mezzo? Perché?) possa far chiarezza riguardo al rapporto tra un soggetto agente, la sua azione, il suo contesto e gli obiettivi da raggiungere. Nel concetto di chiarezza potrebbe essere ricompreso il concetto di mission (missione strategica), perché permette all’impresa di descrivere il proprio campo di azione e il mercato di riferimento, esprimere la propria vocazione di base e i propri principi direttivi in materia di risultati economici e chiarire il proprio sistema di valori.
È per questo che l’elemento di fondo della tesi vuole essere la necessità di far capire a tutti gli operatori e studiosi del variegato mondo del cinema che nel futuro qualsiasi prodotto cinematografico si voglia fare, nessuno potrà prescindere dal non considerare basilari e primarie le esigenze economiche su quelle artistiche. Anche perché si ricordi che ogni impresa ha come “principio di base” il raggiungimento di un determinato obiettivo che genericamente è indicato come il profitto. Senza profitto l’impresa muore.
Questa considerazione parte dal presupposto che non ha e non avrà mai veramente senso considerare all’inizio, prima ancora della sua creazione, un qualsiasi prodotto cinematografico come “opera d’arte” o come “film di interesse culturale nazionale”, sulla base della lettura della sceneggiatura e dell’elenco troupe e attori, e di decisioni prese (sino all’attuale nuova legge cinema) con non chiari criteri da parte delle varie commissioni cinema per i film da finanziare con il fondo di garanzia. Opera d’arte? Ma quale e dove? Interesse culturale nazionale? Ma cosa significa? Ma interesse di chi?
Fortunatamente la nuova “Legge Cinema” approvata con decreto legislativo il 22/01/2004 qualche sicuro miglioramento lo apporterà ma da qui a risollevare le fortune del cinema italiano, ancora ce ne vuole.
Solo dopo la creazione e la definitiva “vendita” si può giudicare e definire un prodotto come opera d’arte, o almeno, solo dopo che sia data la possibilità della fruizione dell’opera ad un pubblico e ad una critica si possono fare ulteriori considerazioni riguardo il suo reale valore, perché non si può valutare qualcosa sulla base delle intenzioni. E solo dopo l’uscita del film in sala e il consumo del pubblico dovrà essere possibile dare benefici materiali e immateriali al progetto filmico realizzato.
E poi, per quanto riguarda il concetto di arte, questo, mal si addice al contesto cinematografico attuale italiano. L’arte, quella con la A maiuscola, quella pagata con il denaro pubblico e sponsorizzata da una nazione che si fa portatrice di determinati valori e visioni di vita, dovrebbe essere qualcosa che porta gioia, vita, stimolo, bellezza, funzionalità, creatività, emozione, sanità, riflessione, spettacolo, novità, freschezza… e allora che sia veramente la benvenuta. In buona fede non si dovrebbero considerare “opere d’arte” film che sono fonte di non ben coscientizzate malattie e frustrazioni esistenziali di registi che troppe volte trasmettono tristezza, noia, bruttezza, stereotipia, vecchiezza, schizofrenia, sempre le solite storie… e che ovviamente pochi vanno a vedere. O se pure si vogliano ritenere “opere d’arte” questi film, sarebbe meglio che siano gli stessi registi a trovare il modo in cui finanziarli.
Perciò il sistema Italia non dovrà continuare a elogiare e a premiare film che non stimolino alla vita e al fare, e che non propongano soluzioni propositive esistenziali o almeno che facciano sognare e dimenticare la realtà che troppo spesso non soddisfa. Sono davvero troppi quei film che fanno uscire dal cinema persone annoiate, e magari rattristate, oramai che la realtà del mondo supera le più atroci fantasie…
Neanche si sia mai pensato di prendere esempio dagli americani e utilizzare il cinema come uno strumento di soft power e di guerra economica e culturale… uno strumento per espandere e far valere e vendere la cultura e lo stile di vita italiani nell’intero globo terrestre. Almeno una giustificazione strategica nazionale, e invece no sempre a darsi addosso da sola l’Italia, e a fare film che neanche gli italiani vanno a vedere…
Così il concetto di “interesse culturale nazionale” da accostare ai film per ottenere finanziamenti è stato ed è un concetto privo di senso che non ha logiche reali di sussistenza. Interesse nazionale di chi? Sulla base di cosa? Come?
E allora, sarebbe meglio considerare la parola “interesse” con due significati: a) che interessa e affascina molto più di qualcuno e allora è interessante, e b) che fa l’interesse e il guadagno (non solo economico, ma per esempio di stimolo, di immagine, di emozioni, di pubblicità) a più di qualcuno (sia di tutti coloro che partecipano alla realizzazione, sia di tutti gli spettatori, sia della nazione) e allora è profittevole.
L’auspicio è che i prodotti cinematografici diventino veramente Interessanti e non solo interesse per i soliti noti che hanno pensato unicamente a come incassare al più presto possibile il finanziamento statale per fare un qualsiasi film e così “campare” anno dopo anno, film dopo film, tanto il sistema funziona così e allora va tutto bene. Per questo c’è bisogno di imprenditori e manager produttori e non di speculatori o produttori alle prime armi che nascono e muoiono al primo film e che fanno i loro guadagni a danno dell’immagine e delle casse dell’Italia. In questa direzione va anche la nuova legge cinema che permette un finanziamento da parte dello Stato non superiore al 50%.
Si auspica un metter da parte le parole come arte e cultura troppo spesso abusate. Si parli per un po’ invece di business, profitto, vantaggio competitivo, egemonia culturale, risorse interne ed esterne, marketing e comunicazione… perché se un prodotto cinematografico ha successo al botteghino, fa economia e fa grande indotto non solo economico ma anche culturale, di immagine, di brand di tutto il sistema Italia.
Il senso, il motivo d’essere dell’espressione artistica cinematografica è dato dai risultati di botteghino e da quante più persone ne fruiscono, consumano e rinnovano il significato.
Come già detto nella prefazione il filo conduttore di questa tesi vuol essere la rilevanza economica di ogni azione all’interno della filiera cinematografica, perciò attraverso i vari capitoli emergerà la necessità sempre maggiore di una precisa pianificazione strategica fondata innanzitutto su una chiara definizione di mission, e quindi la futura esigenza di elaborare nuovi business plan su misura dei propri assets e obiettivi, per valutare rischi e possibilità prima di investire risorse umane ed economiche. Il mercato è considerato come il momento della verità, come epifania del successo o della sconfitta dell’intuizione imprenditoriale, e ovviamente in un mondo di merci da consumare, la centralità dello Spett-attore che è sempre di più primo attore, arbitro delle sorti nel bene e nel male del prodotto che si va a produrre. Capire che un film prima di essere un opera d’arte è un prodotto che si andrà a collocare in un preciso mercato composto da reali persone che lo acquisteranno o meno, e quindi cercare di ridurre il più possibile i rischi affinché non rimanga invenduto sul mercato, o non visto da un numero utile di persone, o non comprato da qualche distributore/emittente televisiva, che consenta di superare al più presto la linea del break even point. Bisogna capire che se le uscite sono o saranno maggiori delle entrate qualcosa si è sbagliato.
La parola d’ordine per qualsiasi azione audiovisiva si voglia fare dovrà essere: “con gli occhi dello spettatore”, intendendo con ciò che i massimi responsabili del prodotto (regista, produttore, reparti tecnici e organizzatori) dovranno avere bene in mente da subito la “visione” del film come un unico insieme armonioso e avere attimo dopo attimo di lavoro la sensibilità di guardarlo con la percezione di un essere umano qualunque, o meglio di uno spettatore qualunque… (…). Se ci sarà la visione con gli occhi dello Spettatore, lo Spett-attore sicuramente alla fine del film non penserà di aver buttato soldi e tempo inutilmente, ma se ne andrà a casa soddisfatto con qualche emozione e pensiero in più, con la convinzione di aver visto un ottimo film e magari consigliandolo ai propri amici. Si domandino continuamente produttori, registi e responsabili dei finanziamenti: “se fossi una qualsiasi persona (o “appena” una precisa persona del target prescelto) andrei a spendere dei soldi per vedere quello che sto facendo?”. Con questa semplice do-manda dovrebbe essere difficile non ottenere una veloce risposta: SI o NO? E se la risposta è nei maggiori dei casi no, sarebbe veramente inutile e masochista iniziare o continuare a fare un film che si dubiti possa piacere o interessare un preciso insieme di persone, tanto da far rientrare almeno dei costi, e allora sarebbe meglio dedicarsi a qualche altra attività…
Ma allora un’altra domanda sorge spontanea, ma i responsabili ministeriali dei finanziamenti cosa hanno guadagnato a far finanziare dei a film a volte neanche distribuiti?
Supponendo come fondamentali per qualsiasi azione economica la conoscenza di se stessi, dell’ambiente circostante e delle strutture e mezzi per arrivare ad un determinato fine (mission), la tesi vorrebbe essere una sorta di cammino introduttivo degli aspetti e degli elementi economici del cinema. Allo stesso tempo, vuole richiamare attenzione in modo critico e stimolante con qualche nuova idea, ponendo alcune linee guida su cui sarebbe meglio orientarsi per non incorrere in errori di valutazione economica, imprudenza e ignoranza. C’è bisogno di iniziare a costruire una cultura manageriale cinematografica e una nuova e forte identità al cinema italiano figlio delle sue specificità economiche, territoriali e culturali, che sappia e voglia vendersi all’estero con forza e determinazione.
In qualche parola si potrebbe dire: spazio agli sceneggiatori e agli artigiani del “made in Italy”; sviluppo dell’immagine e propaganda; sostegno finanziario mirato e globale (dall’ideazione del soggetto alla promozione, e non più solamente dello Stato ma magari anche di privati investitori o di ogni singola Regione); nuove modalità di reperimento di risorse economico-finanziarie; progetti e investimenti a medio-lungo termine; innovazione; marketing integrato e orientato; ricerca e sviluppo e formazione continua.
La parola “arte” la si usi dopo la parola economia, perché l’economia è arte: l’intuizione e l’idea di poche persone che attraverso la fantasia e concrete capacità hanno saputo forgiare un qualcosa diventato realtà con vantaggio e benessere di tutte le altre persone.
Quando tutto funzionerà a meraviglia e il prodotto sarà stato percepito e consumato da milioni di esseri umani, allora sì che ogni produttore, regista, attore, distributore, ed ogni lavoratore della filiera cinematografica si potrà sentire un po’ Michelangelo.
Roma dicembre 2004
un altra recensione sul libro di Feltri su Ragion Politica
Se neanche 40.000 pompini posson bastare… Giugno 12, 2007
Posted by polspot in Politica.add a comment
… a “vincere” le elezioni e ad essere eletti in Belgio, vuol dire che il popolo belga o e troppo coglione o è troppo intelligente…
La più amata e famosa candidata al senato del Belgio Tania Dervaux sfortunatamente non ce l’ha fatta, arrivando a prendere solo lo 0,18 di preferenze.
Un grazie ad Arturo per l’aggiornamento costante che con il suo ultimo post non ci fa perdere la speranza… i fan avranno sicuramente modo di continuare a seguire le sue migliori performance…
Il salto nel Lego (virtuale) Giugno 12, 2007
Posted by polspot in Cultura, Internet.add a comment
Bambini e non più bambini di tutto il mondo, presto i mattoncini più famosi del mondo avranno un gioco on-line: Lego Universe, un mondo virtuale interamente dedicato all’universo Lego. E’ al via la creazione di un massively multiplayer online game (Mmog), vale a dire un gioco online in cui si può interagire con altri utenti: Lego Universe.
Non so come finirà la guerra dei giochi multiplayer online, io comunque tifo Lego!
articolo maestro su Vision post



