Due film prima di Natale… Dicembre 23, 2007
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Ieri ho fatto una tiratavideo e mi sono visto due film: “Goodbye Lenin” e “El Rey”, tutti e due niente male…
Nel secondo film, il re ad un certo punto dice: “Pensa che mondo sarebbe senza delinquenti… Le strade non avrebbero nomi, non esisterebbero gli eroi e i buoni, non ci sarebbero gli ospedali, la giustizia, i sindaci e la politica… non ci sarebbe bisogno di tante cose…”.
Insomma grazie alle forze del male che ci tengono a tutti occupati, indaffarati e danno un senso a questa vita…
Buon Natale a tutti!!!
e segnalo due lettere una di stefano massa e un’altra di toni muzi falconi che sottoscrivo con il cuore…
10 anni di blog Luglio 19, 2007
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Sembra ieri eppur son passati 10 anni di blog… Un interessante articolo su punto informatico ripercorre il viaggio.
Prima crisi esistenziale per Second life Luglio 16, 2007
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“Ma quale rivoluzione e rivoluzione, riforme ci vogliono, riforme!!” cantava Vasco.. niente a che vedere con Second life, ma mi è venuta in mente questa per proporre un interessante articolo su 4news.it sull’iniziale perdita di business appeal per la seconda vita da parte di alcune compagnie di marketing. Non è tutto oro quel che luccica… e per me chi ci guadagnerà da questa seconda vita (al di là del solo fatto di esserci che rende tutti più fichi) alla fine dei conti saranno solo quelli che l’hanno inventata e pochi altri. Per il resto si potrà sempre dire di aver vissuto un altra vita…
Un altro articolo su punto informatico che prende spunto da un articolo sul Los Angeles Times non ha rosee prospettive per la Seconda Vita: pare infatti che la popolazione attiva è scesa del 2,5% fa maggio e giugno e che il volume di scambi in Linden dollari sia passato dai 7,3 ai 6,8 millioni di dollari… Occhio quindi a siti di altri mondi virtuali come: There, Entropia Universe e Barbie Girls, la partita totale è solo all’inizio!!!
E pure il raduno a Pistoia sembra esser stato un mezzo flop…
Grossa crisi di lettura Luglio 15, 2007
Posted by polspot in Cultura, Libri e riviste.add a comment
Un interessante articolo di Carmine Gravino su pupia.it fa il punto sulla lettura in Italia. Sembra che si legga sempre meno… ”20 milioni di persone nell’ultimo anno non hanno letto un libro. Ogni giorno si pubblicano 170 libri e solo pochi titoli vendono almeno una copia. Cosa fa la politica per incentivare la lettura? Nulla.” La mia personale sensazione è che i libri oggi vadano sempre più perdendo quel sacro valore sociale, che ha permesso di tramadare attraverso i millenni la cultura, la storia e i valori nel nostro mondo. I libri si vanno sempre più trasformando in banali oggetti di consumo quotidiano, che si comprano a volte per necessità, come le caramelle o i vestiti. Non penso che presto scompariranno, soppiantati da nuovi strumenti tecnologici nella naturale mediamorfosi, sono ancora pratici e funzionali. Ma certo è che in questa società liquida (alla Bauman) stanno perdendo il loro valore ed autorevolezza, finendo per riempire scatoloni in anonimi autogrill e supermercati. Libri a pret a porter, per tutti gusti e per tutte le tasche, tanto mica è detto che poi si debbano leggere. Ma per coloro che vogliano far un minimo di ricerca, son guai seri… Dopo appena qualche anno diventa difficile reperire la maggior parte dei titoli che non sono dei classici, facendo sì che uno diventi pazzo a cercare tra librerie e biblioteche le ultime copie. E’ ora che gli editori si evolvessero un minimo tecnologicamente e facciano in modo che un qualsiasi cittadino possa comprare on-line un libro che non esiste più nel cartaceo. E’ un onesto invito… Quelo direbbe: “C’è grossa crisi…”
No future for us Luglio 6, 2007
Posted by polspot in Cultura, Giovani, Guerra, Politica.add a comment
Prendo spunto da un paio di articoli, uno su Ragion Politica ed uno del Prof. Golini ripubblicato sul Legno Storto, per ribadire un pensiero sul futuro della nostra generazione. Fratelli d’Italia, di destra, di sinistra o di centro, o ci si inventa qualcosa subito e si decide di operare assieme per una visione comune, per un Italia unita, (almeno tra i nostri pari) o saranno comunue cavoli amari per tutti. Il futuro (di chi oggi ancora non è trentenne, e magari spera di vivere fino, a dir poco, ai settanta) lo vedo veramente nero se continuiamo ad aspettare che qualcuno decida dove vanno le nostre tasse e le nostre trattenute. Non ci saranno problemi per chi avrà ereditato un buono stato patrimoniale (il divario tra chi avrà e chi non avrà è destinato ad allargarsi sempre di più) ma per gli altri, di destra o di sinistra, o arriva il mago Zurlì, o arrivati ai settanta (perchè quella sarà a quel punto l’età minima per andare in pensione) con quei pochi soldi che saranno da distribuire nelle casse dell’Inps e degli altri vari enti, saremo costretti a continuare a lavorare per il resto della nostra vecchiaia, magari a fare qualche lavoro socialmente utile a qualche ricco cinese o marocchino… O ci svegliamo o saremo comunque tutti degli inculati. La triste speranza (con il tasso di crescita della popolazione italiana) è nell’educazione civica dei popoli migratori e nella loro italianizzazione… sigh! Magari ci dessero una mano nel pagare le tasse…
Se no la soluzione (tanto la vita è una sola) è unica e inderogabile: cercare di non pagare le tasse, lavorare in nero e mettere quanti più soldi al pizzo, perchè tanto tutto ciò che noi versiamo va a coprire le pensioni dei nostri padri e nonni. Noi di ciò che versiamo non rivedremo una lira. Giovani d’Italia uniti c’è solo da boicottare la nostra amata Patria che sempre di più decide di non avere un futuro degno dei propri avi. Chissà che non ci tocchi emigrare al più presto…
Un altro articolo da leggere su Ragion Politica
A blog’s life Giugno 22, 2007
Posted by polspot in Cultura, Internet.add a comment
Ancora sono troppo fresco di “nascita” (neanche 2 mesi di vita in rete) per dire di essere un superconvinto di questi nuovi modi di comunicare e fare informazione, certo le possibilità sono infinite, ma bisogna avere un sacco di tempo reale e non virtuale per essere sempre On e On the News. Aspetto il prossimo futuro in cui saremo tutti collegati gli uni con gli altri 24 ore al giorno, in cui potremo scegliere con quali occhi vedere in prima persona… Intanto rimando ad un interessante indagine sulla blogosfera di Diario Aperto e sponsorizzata su Punto Informatico, in cui emergono le parole: FIDUCIA, COMUNITA’ E CAMBIAMENTO. Non male come temi, magari da adottare per una prossima campagna elettorale: trasversali e universali…
Guerra o economia? Giugno 21, 2007
Posted by polspot in Cultura, Guerra.add a comment
Le domande: “Conviene investire e utilizzare risorse pubbliche per investimenti riguardanti la difesa? Quali sono gli effeti delle spese militari sulla crescita economica?” Sembrerebbe di no, ma vallo a capire l’essere umano…
E comunque le risposte le prova a dare Lorenzo Tordelli in un interesante articolo su Pagine di Difesa
10, 100, 1000 Cannes Giugno 13, 2007
Posted by polspot in Cultura, Libri e riviste.add a comment
Ringraziando una persona per la piacevole serata di mercoledì, prendo spunto dal film di Tarantino (che consiglio a tutti di andare a vedere perchè non fa veramente una piega) per proporre un articolo che avevo scritto qualche giorno fa (e che mi aveva dato ulteriori spunti) sull’uscita del libro curato da Feltri sul cinema italiano.
“Il cinema italiano è una tragedia, molto meglio i vecchi b-movie.” Q. Tarantino striglia il cinema italiano. Su il giornale e su blogosfere.
Se lo dice Feltri non va bene a prescindere, se lo dice PolSpot non gliene frega un cazzo a nessuno, se lo dice Tarantino forse qualcuno ci fa un pensierino…Tutto questo per parlare di uno dei pochi libri che dice la verità sul cinema italiano, al di là delle solite chiacchiere da salotto. Ci voleva il coraggio del buon Feltri e la competenza di Arezzo e Mecucci per far uscire un libro dal titolo “Cinema, profondo rosso, ovvero come la sinistra ha costruito l’egemonia sul cinema italiano, facendone una sprecopoli di celluloide, capace solo di produrre film-flop”. Assolutamente da comprare. Il cinema italiano, per adesso, sembra non abbia più nulla da dire. Perché la questione in realtà non è né di destra né di sinistra, è solo una questione di logica, di basilare intelligenza e buon senso. Che senso ha finanziare e produrre film che poi nessuno va a vedere o che magari neanche escono nelle sale? Purtroppo poi la questione diventa politica perché c’è una parte che vuol regalare questi soldi a tutti i costi, e c’è un’altra parte che questi soldi preferirebbe farli risparmiare allo stato e quindi ai cittadini. Si può dire che il cinema italiano è una merda? Spero di sì. Mi si permetterà. IL CINEMA ITALIANO E’ UNA MERDA. Non lo dico per partito preso. Lo dicono gli spettatori che vanno al cinema. Lo dicono i numeri. I numeri degli spettatori e i numeri degli incassi. C’è poco da contestare. Il libro dice fondamentalmente cose risapute da tutti gli addetti ma mai pubblicate con forza ed efficacia, perché se no si scoprono tutti gli altarini del sistema e qualcuno si deve inventare un altro lavoro. Ben vengano le lampanti esclusioni dei film italiani dai festival (10, 100, 1000 Cannes) se possano servire a cambiar qualcosa, dato che nel 2004, con la nuova legge cinema ci aveva provato Urbani, provocando una sorta di paralisi nel sistema, (perché per un anno si è bloccata tutta l’elargizione dei finanziamenti) e oggi è stata già ricambiata dal ministro Rutelli che con gli articoli 673 e 674 della finanziaria 2007 ha nuovamente assassinato il futuro del cinema italiano, “ricostringendolo” nella cultura parassitaria e assistenzialista, quella del “prendi i soldi e scappa”. Tanto per dire, i film italiani in futuro non godranno più di “finanziamenti”, ma di “sovvenzioni”, a fondo perduto. Un cinema che è sempre meno arte, ma sempre più pseudo-industria culturale, o meglio di propaganda. Il signor Rutelli e il signor Veltroni sembra si scambino i ruoli perfettamente: Sindaco di Roma e Ministro delle Attività Culturali, i ruoli dell’eccellenza per la propaganda politica, e di fatto il Super Sindaco di adesso è a tutti gli effetti il candidato numero uno per fare il prossimo candidato Presidente del Consiglio, (personalmente spero faccia la fine del compare Rutelli…) Nel libro di Feltri c’è un po’ di tutto, per sentirsi male… E considerando che lo Stato Italiano è la più grande Major del cinema europeo con un investimento di 730 milioni di euro e con un incasso di appena 100 milioni, da mo che doveva essere fallita, e invece continua a far produrre film….
Gli stessi 150 festival del cinema italiani sono eventi prettamente autoreferenziali, eventi organizzati più per le sfilate degli addetti ai lavori, per rivedersi, per far cultura del cinema e dirsi quanto si è bravi e intelligenti. A volte sembra che il cinema abbia preso dalla politica il lato peggiore, quello della autoreferenzialità mediatica che a furia di parlarsi da sola attraverso i media ha perso il totale contatto con la realtà dei cittadini e lo stesso vale per il cinema italiano che a furia di parlarsi e “riprodursi” da solo, ha perso il reale contatto con gli spettatori. I festival per far acquisire un minimo di visibilità territoriale, per far vedere al pubblico nostrano che si esiste, servono per mettere qualche “bella etichetta” ai film così che tutti prima o poi riescono a vincere qualcosa, così da scrivere “vincitore del festival di vattelapesca” e tutti sono contenti, e il film acquista il suo valore artistico aggiunto anche se lo hanno visto 100 persone e il festival era quello di quartiere.
Hanno trasformato il cinema in un fatto burocratico, se tutte le carte sono a posto e i soldi arrivano va tutto bene, poi chi s’è visto s’è visto e se il film neanche arriva nelle sale ‘sti gran cazzi. Di fare il cinema vero, quello che ti smuove dentro, quello che ti fa sognare ed emozionare non c’è più traccia, è solo una pratica burocratica, poi ‘sti cazzi. Puoi avere in mente il più grande film della storia, ma se non stai alle regole non ci devi neanche pensare, e comunque ti devi trovare i finanziamenti da solo… meglio scomparire che svanire piano piano.
In tutto ciò, oltre a leggere il libro di Feltri & Company in edicola a 2,50 euro (sempre che quelli del cinema impegnato non lo abbiamo già fatto sparire…) vi consiglio di leggere l’introduzione alla mia tesi di laurea elaborata più di tre anni fa, che ripropongo con qualche taglio. Proprio stupido forse non ero…
INTRODUZIONE
Sarebbero davvero potuti esistere i dipinti di Michelangelo senza una Cappella Sistina, senza un verbo da diffondere a milioni di fedeli e soprattutto senza un Papa di nome Giulio II che commissionasse e pagasse l’artista per dipingere?
Probabilmente no.
Da questa semplice domanda che evidenzia la necessità per un qualsiasi prodotto materiale o immateriale di un creatore/ideatore, di persone recettive all’utilizzo, ma anche di un committente/finanziatore, di una funzione e della possibilità di essere effettivamente utilizzato, la mia tesi vuol partire per far luce sul conflitto interiore che ha segnato e continua a segnare il cinema italiano troppo desideroso di sentirsi e fare arte piuttosto che economia. Si è oramai arrivati ad un punto di non ritorno che esige un radicale cambiamento di prospettive, e innanzitutto chiarezza, perché i numeri dicono che da vent’anni le quote di mercato dei film nazionali raramente hanno toccato il 30%, attestandosi in questi ultimi anni intorno al 22%, a fronte comunque di una buona produzione che è circa la metà dei film importati dagli USA.
Non sembra un po’ strano che i film italiani che escono nelle sale li veda a mala pena un italiano su quattro? Forse è ora di iniziarsi a porre domande sulla stessa esistenza del cinema in Italia: a cosa serve il cinema? Qual è la sua missione, la sua funzione, il suo fine? Rispondere a queste domande sarebbe già un passo avanti. Si delineerebbero già degli obiettivi da raggiungere, punti d’arrivo cui aspirare, per cui lottare e migliorarsi continuamente. Produttori, registi e sceneggiatori in primis dovrebbero avere chiaramente in mente cosa vogliono dire, fare, ottenere da e attraverso il mezzo cinema italiano; poi tutto il resto. Di qui, per prima cosa, la necessità della chiarezza, un concetto che potrebbe essere esplicitato nella possibilità di rispondere in qualsiasi momento della filiera produttiva ai famosi cinque quesiti delle 5W di Lasswell (who, what, where, whom, why), il quale diceva che si potesse parlare di comunicazione solo quando vi fosse la possibilità di fornire risposte univoche alle cinque domande che definiscono il processo comunicativo stesso, che in italiano stanno per: chi dice? Che cosa? Attraverso quale canale? A chi? Con quale effetto? . Senza entrare troppo in questioni che riguardano il mondo della comunicazione, è importante evidenziare come la semplicità di queste domande, (che in un contesto non prettamente comunicativo si potrebbero tradurre in: chi fa? Cosa? Per chi? Come? Attraverso quale mezzo? Perché?) possa far chiarezza riguardo al rapporto tra un soggetto agente, la sua azione, il suo contesto e gli obiettivi da raggiungere. Nel concetto di chiarezza potrebbe essere ricompreso il concetto di mission (missione strategica), perché permette all’impresa di descrivere il proprio campo di azione e il mercato di riferimento, esprimere la propria vocazione di base e i propri principi direttivi in materia di risultati economici e chiarire il proprio sistema di valori.
È per questo che l’elemento di fondo della tesi vuole essere la necessità di far capire a tutti gli operatori e studiosi del variegato mondo del cinema che nel futuro qualsiasi prodotto cinematografico si voglia fare, nessuno potrà prescindere dal non considerare basilari e primarie le esigenze economiche su quelle artistiche. Anche perché si ricordi che ogni impresa ha come “principio di base” il raggiungimento di un determinato obiettivo che genericamente è indicato come il profitto. Senza profitto l’impresa muore.
Questa considerazione parte dal presupposto che non ha e non avrà mai veramente senso considerare all’inizio, prima ancora della sua creazione, un qualsiasi prodotto cinematografico come “opera d’arte” o come “film di interesse culturale nazionale”, sulla base della lettura della sceneggiatura e dell’elenco troupe e attori, e di decisioni prese (sino all’attuale nuova legge cinema) con non chiari criteri da parte delle varie commissioni cinema per i film da finanziare con il fondo di garanzia. Opera d’arte? Ma quale e dove? Interesse culturale nazionale? Ma cosa significa? Ma interesse di chi?
Fortunatamente la nuova “Legge Cinema” approvata con decreto legislativo il 22/01/2004 qualche sicuro miglioramento lo apporterà ma da qui a risollevare le fortune del cinema italiano, ancora ce ne vuole.
Solo dopo la creazione e la definitiva “vendita” si può giudicare e definire un prodotto come opera d’arte, o almeno, solo dopo che sia data la possibilità della fruizione dell’opera ad un pubblico e ad una critica si possono fare ulteriori considerazioni riguardo il suo reale valore, perché non si può valutare qualcosa sulla base delle intenzioni. E solo dopo l’uscita del film in sala e il consumo del pubblico dovrà essere possibile dare benefici materiali e immateriali al progetto filmico realizzato.
E poi, per quanto riguarda il concetto di arte, questo, mal si addice al contesto cinematografico attuale italiano. L’arte, quella con la A maiuscola, quella pagata con il denaro pubblico e sponsorizzata da una nazione che si fa portatrice di determinati valori e visioni di vita, dovrebbe essere qualcosa che porta gioia, vita, stimolo, bellezza, funzionalità, creatività, emozione, sanità, riflessione, spettacolo, novità, freschezza… e allora che sia veramente la benvenuta. In buona fede non si dovrebbero considerare “opere d’arte” film che sono fonte di non ben coscientizzate malattie e frustrazioni esistenziali di registi che troppe volte trasmettono tristezza, noia, bruttezza, stereotipia, vecchiezza, schizofrenia, sempre le solite storie… e che ovviamente pochi vanno a vedere. O se pure si vogliano ritenere “opere d’arte” questi film, sarebbe meglio che siano gli stessi registi a trovare il modo in cui finanziarli.
Perciò il sistema Italia non dovrà continuare a elogiare e a premiare film che non stimolino alla vita e al fare, e che non propongano soluzioni propositive esistenziali o almeno che facciano sognare e dimenticare la realtà che troppo spesso non soddisfa. Sono davvero troppi quei film che fanno uscire dal cinema persone annoiate, e magari rattristate, oramai che la realtà del mondo supera le più atroci fantasie…
Neanche si sia mai pensato di prendere esempio dagli americani e utilizzare il cinema come uno strumento di soft power e di guerra economica e culturale… uno strumento per espandere e far valere e vendere la cultura e lo stile di vita italiani nell’intero globo terrestre. Almeno una giustificazione strategica nazionale, e invece no sempre a darsi addosso da sola l’Italia, e a fare film che neanche gli italiani vanno a vedere…
Così il concetto di “interesse culturale nazionale” da accostare ai film per ottenere finanziamenti è stato ed è un concetto privo di senso che non ha logiche reali di sussistenza. Interesse nazionale di chi? Sulla base di cosa? Come?
E allora, sarebbe meglio considerare la parola “interesse” con due significati: a) che interessa e affascina molto più di qualcuno e allora è interessante, e b) che fa l’interesse e il guadagno (non solo economico, ma per esempio di stimolo, di immagine, di emozioni, di pubblicità) a più di qualcuno (sia di tutti coloro che partecipano alla realizzazione, sia di tutti gli spettatori, sia della nazione) e allora è profittevole.
L’auspicio è che i prodotti cinematografici diventino veramente Interessanti e non solo interesse per i soliti noti che hanno pensato unicamente a come incassare al più presto possibile il finanziamento statale per fare un qualsiasi film e così “campare” anno dopo anno, film dopo film, tanto il sistema funziona così e allora va tutto bene. Per questo c’è bisogno di imprenditori e manager produttori e non di speculatori o produttori alle prime armi che nascono e muoiono al primo film e che fanno i loro guadagni a danno dell’immagine e delle casse dell’Italia. In questa direzione va anche la nuova legge cinema che permette un finanziamento da parte dello Stato non superiore al 50%.
Si auspica un metter da parte le parole come arte e cultura troppo spesso abusate. Si parli per un po’ invece di business, profitto, vantaggio competitivo, egemonia culturale, risorse interne ed esterne, marketing e comunicazione… perché se un prodotto cinematografico ha successo al botteghino, fa economia e fa grande indotto non solo economico ma anche culturale, di immagine, di brand di tutto il sistema Italia.
Il senso, il motivo d’essere dell’espressione artistica cinematografica è dato dai risultati di botteghino e da quante più persone ne fruiscono, consumano e rinnovano il significato.
Come già detto nella prefazione il filo conduttore di questa tesi vuol essere la rilevanza economica di ogni azione all’interno della filiera cinematografica, perciò attraverso i vari capitoli emergerà la necessità sempre maggiore di una precisa pianificazione strategica fondata innanzitutto su una chiara definizione di mission, e quindi la futura esigenza di elaborare nuovi business plan su misura dei propri assets e obiettivi, per valutare rischi e possibilità prima di investire risorse umane ed economiche. Il mercato è considerato come il momento della verità, come epifania del successo o della sconfitta dell’intuizione imprenditoriale, e ovviamente in un mondo di merci da consumare, la centralità dello Spett-attore che è sempre di più primo attore, arbitro delle sorti nel bene e nel male del prodotto che si va a produrre. Capire che un film prima di essere un opera d’arte è un prodotto che si andrà a collocare in un preciso mercato composto da reali persone che lo acquisteranno o meno, e quindi cercare di ridurre il più possibile i rischi affinché non rimanga invenduto sul mercato, o non visto da un numero utile di persone, o non comprato da qualche distributore/emittente televisiva, che consenta di superare al più presto la linea del break even point. Bisogna capire che se le uscite sono o saranno maggiori delle entrate qualcosa si è sbagliato.
La parola d’ordine per qualsiasi azione audiovisiva si voglia fare dovrà essere: “con gli occhi dello spettatore”, intendendo con ciò che i massimi responsabili del prodotto (regista, produttore, reparti tecnici e organizzatori) dovranno avere bene in mente da subito la “visione” del film come un unico insieme armonioso e avere attimo dopo attimo di lavoro la sensibilità di guardarlo con la percezione di un essere umano qualunque, o meglio di uno spettatore qualunque… (…). Se ci sarà la visione con gli occhi dello Spettatore, lo Spett-attore sicuramente alla fine del film non penserà di aver buttato soldi e tempo inutilmente, ma se ne andrà a casa soddisfatto con qualche emozione e pensiero in più, con la convinzione di aver visto un ottimo film e magari consigliandolo ai propri amici. Si domandino continuamente produttori, registi e responsabili dei finanziamenti: “se fossi una qualsiasi persona (o “appena” una precisa persona del target prescelto) andrei a spendere dei soldi per vedere quello che sto facendo?”. Con questa semplice do-manda dovrebbe essere difficile non ottenere una veloce risposta: SI o NO? E se la risposta è nei maggiori dei casi no, sarebbe veramente inutile e masochista iniziare o continuare a fare un film che si dubiti possa piacere o interessare un preciso insieme di persone, tanto da far rientrare almeno dei costi, e allora sarebbe meglio dedicarsi a qualche altra attività…
Ma allora un’altra domanda sorge spontanea, ma i responsabili ministeriali dei finanziamenti cosa hanno guadagnato a far finanziare dei a film a volte neanche distribuiti?
Supponendo come fondamentali per qualsiasi azione economica la conoscenza di se stessi, dell’ambiente circostante e delle strutture e mezzi per arrivare ad un determinato fine (mission), la tesi vorrebbe essere una sorta di cammino introduttivo degli aspetti e degli elementi economici del cinema. Allo stesso tempo, vuole richiamare attenzione in modo critico e stimolante con qualche nuova idea, ponendo alcune linee guida su cui sarebbe meglio orientarsi per non incorrere in errori di valutazione economica, imprudenza e ignoranza. C’è bisogno di iniziare a costruire una cultura manageriale cinematografica e una nuova e forte identità al cinema italiano figlio delle sue specificità economiche, territoriali e culturali, che sappia e voglia vendersi all’estero con forza e determinazione.
In qualche parola si potrebbe dire: spazio agli sceneggiatori e agli artigiani del “made in Italy”; sviluppo dell’immagine e propaganda; sostegno finanziario mirato e globale (dall’ideazione del soggetto alla promozione, e non più solamente dello Stato ma magari anche di privati investitori o di ogni singola Regione); nuove modalità di reperimento di risorse economico-finanziarie; progetti e investimenti a medio-lungo termine; innovazione; marketing integrato e orientato; ricerca e sviluppo e formazione continua.
La parola “arte” la si usi dopo la parola economia, perché l’economia è arte: l’intuizione e l’idea di poche persone che attraverso la fantasia e concrete capacità hanno saputo forgiare un qualcosa diventato realtà con vantaggio e benessere di tutte le altre persone.
Quando tutto funzionerà a meraviglia e il prodotto sarà stato percepito e consumato da milioni di esseri umani, allora sì che ogni produttore, regista, attore, distributore, ed ogni lavoratore della filiera cinematografica si potrà sentire un po’ Michelangelo.
Roma dicembre 2004
un altra recensione sul libro di Feltri su Ragion Politica
Il salto nel Lego (virtuale) Giugno 12, 2007
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Bambini e non più bambini di tutto il mondo, presto i mattoncini più famosi del mondo avranno un gioco on-line: Lego Universe, un mondo virtuale interamente dedicato all’universo Lego. E’ al via la creazione di un massively multiplayer online game (Mmog), vale a dire un gioco online in cui si può interagire con altri utenti: Lego Universe.
Non so come finirà la guerra dei giochi multiplayer online, io comunque tifo Lego!
articolo maestro su Vision post
Second Life ancora troppo Second (e mi fa pure dormire) Giugno 12, 2007
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Sabato 9 giugno alle 21,00 in una Piazza Augusto Imperatore piena di gente (non si trovava un posto a sedere) a Roma si è tenuta la tavola rotonda organizzata dal Lait su Second Life.
Circondati dalle suggestive immagini virtuali proiettate su due grandi schermi ai lati del palco, hanno discusso di Second Life con il giornalista Igor Patruno, Marco Filoni, il filosofo Derrick De Kerckhove, Mario Gerosa, autore del libro «Second Life», Sandra Pellizzari, «guida» dentro il metaverso, e Alessandra Poggiani, direttore generale della Lait. Neri Marcorè con le sue performance musicali e imitative ha ravvivato la serata che a volte rallentava ritmo quasi a far addormentare… così se Second Life mi faceva dormire, Marcorè mi svegliava…
Star della serata è stata ovviamente Second Life, per la prima volta in piazza, alla portata di tutti. Tutti ne parlano, tutti la vogliono… Chi è? Cos’è? A che serve? La tavola rotonda intendeva rispondere a queste basilari domande. E a dire la verità qualche dubbio me lo ha risolto, ma altri me li ha creati. Quello che posso dire dopo aver seguito attentamente il dibattito sviluppatesi è che ad oggi, questa Second Life è ancora troppo Second per i miei gusti. Molto meglio la prima vita. Dopo questa serata ne sono veramente convinto. Come lo stesso Marcorè affermava: ma chi me lo fa fare di iniziare una Seconda Vita in formato digitale? Cosa ci guadagno – se non perdere altro tempo per imparare ad usare e far evolvere il mio avatar e magari impallare il computer – cosa me ne entra nella vita reale che di per sé non posso avere con la forza della mia volontà? Non ho trovato risposte convincenti. Anche perché lo stato della tecnologia è ancora molto limitato. Chi ama da sempre la fantascienza e ha vissuto con i libri di Asimov, Heinlein e Sterling, è cresciuto con Kyashan, Ufo Robot & Co. ed ogni mese aspetta con gioia l’ultima copia di Nathan Never non può guardare con rammaricata simpatia questo strano programma che sembra essere più adatto a dei bambini o a dei malati di mente, altro che apertura di nuovi orizzonti… Lo stesso De Kerchove afferma che ancora tanta strada c’è da fare, questo è il primo sassolino di successo di un qualcosa, un nuovo processo sociale e tecnologico, una nuova idea di uomo, che inizia concretamente almeno quindici anni fa. Oggi vi è il primo successo di massa. Ma siamo solo all’inizio. La grafica per quanto sia è molto limitata. Non si può parlare. Ci si muove e ci si comporta attraverso istruzioni. Tutto questo cambierà. Intanto mille volte meglio questa vita reale. Già non ho tempo per fare tutte le cose che vorrei. Già mi sono strette queste 24 ore. Figuriamoci se mi posso intrippare ulteriormente nello sviluppo di una vita alternative, che seppur strana e fantastica non riuscirà mai a sostituire e a riempire questa di adesso. Mi sembra uno sviluppo dei giochi di ruolo e del più recente Sim’s Life; mezz’ora mi può bastare a capire che se non smetto divento matto… idem per questa SL. Vi ricordate Vanilla Sky? Che vita vorresti? Quando si sarà raggiunta la possibilità concreta di creare una seconda vita veramente reale, allora sarà un’altra cosa e se ne potrà riparlare. Per adesso fino a quando una persona vedrà il proprio avatar muoversi nello schermo del proprio computer, per me non vale la pena neanche avvicinarsi. Solo quando lo sviluppo della realtà virtuale ci permetterà di essere il nostro avatar in tutto e per tutto e quindi vedere con i suoi occhi, toccare e muoversi con la sua sensibilità, parlare con la sua voce, solo allora potremmo iniziare a parlare di Simil Seconda Vita. Per me le parole chiavi dovranno essere TOTALITA’ e SEMPLICITA’. Totalità delle percezioni e semplicità nell’usabilty. Vi ricordate i viaggi nel cyber space di Matrix o quelli di Nathan Never? Quello per me è il minimo. Per adesso chiamiamola Vita Spezzata. Troppo limitata per esser reale. Come tutte le cose che si sviluppano in rete e nel mondo: tanti sfigati pochi paraculi. La normale legge di natura. Chi ha tempo, a meno che non è uno di quei pochi paraculi che ci vogliono fare i soldi o magari studiare il fenomeno, meglio che non ci metta proprio piede, il mondo di fuori offre molte più possibilità, sempre che si voglia veramente combattere.
Per la cronaca della serata. Ho visto per la prima volta Neri Marcorè dal vivo: è un grande. Non solo imitatore, ma se la piotta pure una cifra con la chitarra. Da sottolineare gli avatar in SL di Berlusconi, Gasparri e Casini che lo sfruttano ognuno in modo particolare: Berlusca per moltiplicare se stesso e raggiungere l’eternità, Gasparri per capirci qualcosa e far pubblicità alla sua opera e il buon Casini per rimorchiare. Tra le performance musicali quella di Ligabue che canta “Una vita da prodiano” è da incorniciare.
Per concludere. Voglio vivere la totalità della mia vita con i suoi problemi, i suoi perché ed i suoi incantesimi. Non voglio ridurre la materialità e la concretezza della vita in un sistema binario flessibile. Me ne sbatto di SL. Gli allucinogeni fanno male: alterano il reale e il rientrare può essere drammatico. Già internet è difficile da metabolizzare, ma oramai sono dentro. La vita è una. “Voglio una vita che non è mai tardi, di quelle che non dormi mai… Voglio una vita… di quelle che non si sa mai… (…) Voglio una vita… la voglio pena di guai… (…) Voglio una vita… Vedrai che vita vedrai…” (Vasco, Vita spericolata, 1983). Voglio una vita di più e sempre di più. Come questa notte in cui sto finendo di scrivere questo post, mi affaccio all’aperto in una notte stellata e mi ci squaglio dentro. Domani poi si vedrà, sempre in prima fila, sempre in prima vita…
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