Grossa crisi di lettura Luglio 15, 2007
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Un interessante articolo di Carmine Gravino su pupia.it fa il punto sulla lettura in Italia. Sembra che si legga sempre meno… ”20 milioni di persone nell’ultimo anno non hanno letto un libro. Ogni giorno si pubblicano 170 libri e solo pochi titoli vendono almeno una copia. Cosa fa la politica per incentivare la lettura? Nulla.” La mia personale sensazione è che i libri oggi vadano sempre più perdendo quel sacro valore sociale, che ha permesso di tramadare attraverso i millenni la cultura, la storia e i valori nel nostro mondo. I libri si vanno sempre più trasformando in banali oggetti di consumo quotidiano, che si comprano a volte per necessità, come le caramelle o i vestiti. Non penso che presto scompariranno, soppiantati da nuovi strumenti tecnologici nella naturale mediamorfosi, sono ancora pratici e funzionali. Ma certo è che in questa società liquida (alla Bauman) stanno perdendo il loro valore ed autorevolezza, finendo per riempire scatoloni in anonimi autogrill e supermercati. Libri a pret a porter, per tutti gusti e per tutte le tasche, tanto mica è detto che poi si debbano leggere. Ma per coloro che vogliano far un minimo di ricerca, son guai seri… Dopo appena qualche anno diventa difficile reperire la maggior parte dei titoli che non sono dei classici, facendo sì che uno diventi pazzo a cercare tra librerie e biblioteche le ultime copie. E’ ora che gli editori si evolvessero un minimo tecnologicamente e facciano in modo che un qualsiasi cittadino possa comprare on-line un libro che non esiste più nel cartaceo. E’ un onesto invito… Quelo direbbe: “C’è grossa crisi…”
10, 100, 1000 Cannes Giugno 13, 2007
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Ringraziando una persona per la piacevole serata di mercoledì, prendo spunto dal film di Tarantino (che consiglio a tutti di andare a vedere perchè non fa veramente una piega) per proporre un articolo che avevo scritto qualche giorno fa (e che mi aveva dato ulteriori spunti) sull’uscita del libro curato da Feltri sul cinema italiano.
“Il cinema italiano è una tragedia, molto meglio i vecchi b-movie.” Q. Tarantino striglia il cinema italiano. Su il giornale e su blogosfere.
Se lo dice Feltri non va bene a prescindere, se lo dice PolSpot non gliene frega un cazzo a nessuno, se lo dice Tarantino forse qualcuno ci fa un pensierino…Tutto questo per parlare di uno dei pochi libri che dice la verità sul cinema italiano, al di là delle solite chiacchiere da salotto. Ci voleva il coraggio del buon Feltri e la competenza di Arezzo e Mecucci per far uscire un libro dal titolo “Cinema, profondo rosso, ovvero come la sinistra ha costruito l’egemonia sul cinema italiano, facendone una sprecopoli di celluloide, capace solo di produrre film-flop”. Assolutamente da comprare. Il cinema italiano, per adesso, sembra non abbia più nulla da dire. Perché la questione in realtà non è né di destra né di sinistra, è solo una questione di logica, di basilare intelligenza e buon senso. Che senso ha finanziare e produrre film che poi nessuno va a vedere o che magari neanche escono nelle sale? Purtroppo poi la questione diventa politica perché c’è una parte che vuol regalare questi soldi a tutti i costi, e c’è un’altra parte che questi soldi preferirebbe farli risparmiare allo stato e quindi ai cittadini. Si può dire che il cinema italiano è una merda? Spero di sì. Mi si permetterà. IL CINEMA ITALIANO E’ UNA MERDA. Non lo dico per partito preso. Lo dicono gli spettatori che vanno al cinema. Lo dicono i numeri. I numeri degli spettatori e i numeri degli incassi. C’è poco da contestare. Il libro dice fondamentalmente cose risapute da tutti gli addetti ma mai pubblicate con forza ed efficacia, perché se no si scoprono tutti gli altarini del sistema e qualcuno si deve inventare un altro lavoro. Ben vengano le lampanti esclusioni dei film italiani dai festival (10, 100, 1000 Cannes) se possano servire a cambiar qualcosa, dato che nel 2004, con la nuova legge cinema ci aveva provato Urbani, provocando una sorta di paralisi nel sistema, (perché per un anno si è bloccata tutta l’elargizione dei finanziamenti) e oggi è stata già ricambiata dal ministro Rutelli che con gli articoli 673 e 674 della finanziaria 2007 ha nuovamente assassinato il futuro del cinema italiano, “ricostringendolo” nella cultura parassitaria e assistenzialista, quella del “prendi i soldi e scappa”. Tanto per dire, i film italiani in futuro non godranno più di “finanziamenti”, ma di “sovvenzioni”, a fondo perduto. Un cinema che è sempre meno arte, ma sempre più pseudo-industria culturale, o meglio di propaganda. Il signor Rutelli e il signor Veltroni sembra si scambino i ruoli perfettamente: Sindaco di Roma e Ministro delle Attività Culturali, i ruoli dell’eccellenza per la propaganda politica, e di fatto il Super Sindaco di adesso è a tutti gli effetti il candidato numero uno per fare il prossimo candidato Presidente del Consiglio, (personalmente spero faccia la fine del compare Rutelli…) Nel libro di Feltri c’è un po’ di tutto, per sentirsi male… E considerando che lo Stato Italiano è la più grande Major del cinema europeo con un investimento di 730 milioni di euro e con un incasso di appena 100 milioni, da mo che doveva essere fallita, e invece continua a far produrre film….
Gli stessi 150 festival del cinema italiani sono eventi prettamente autoreferenziali, eventi organizzati più per le sfilate degli addetti ai lavori, per rivedersi, per far cultura del cinema e dirsi quanto si è bravi e intelligenti. A volte sembra che il cinema abbia preso dalla politica il lato peggiore, quello della autoreferenzialità mediatica che a furia di parlarsi da sola attraverso i media ha perso il totale contatto con la realtà dei cittadini e lo stesso vale per il cinema italiano che a furia di parlarsi e “riprodursi” da solo, ha perso il reale contatto con gli spettatori. I festival per far acquisire un minimo di visibilità territoriale, per far vedere al pubblico nostrano che si esiste, servono per mettere qualche “bella etichetta” ai film così che tutti prima o poi riescono a vincere qualcosa, così da scrivere “vincitore del festival di vattelapesca” e tutti sono contenti, e il film acquista il suo valore artistico aggiunto anche se lo hanno visto 100 persone e il festival era quello di quartiere.
Hanno trasformato il cinema in un fatto burocratico, se tutte le carte sono a posto e i soldi arrivano va tutto bene, poi chi s’è visto s’è visto e se il film neanche arriva nelle sale ‘sti gran cazzi. Di fare il cinema vero, quello che ti smuove dentro, quello che ti fa sognare ed emozionare non c’è più traccia, è solo una pratica burocratica, poi ‘sti cazzi. Puoi avere in mente il più grande film della storia, ma se non stai alle regole non ci devi neanche pensare, e comunque ti devi trovare i finanziamenti da solo… meglio scomparire che svanire piano piano.
In tutto ciò, oltre a leggere il libro di Feltri & Company in edicola a 2,50 euro (sempre che quelli del cinema impegnato non lo abbiamo già fatto sparire…) vi consiglio di leggere l’introduzione alla mia tesi di laurea elaborata più di tre anni fa, che ripropongo con qualche taglio. Proprio stupido forse non ero…
INTRODUZIONE
Sarebbero davvero potuti esistere i dipinti di Michelangelo senza una Cappella Sistina, senza un verbo da diffondere a milioni di fedeli e soprattutto senza un Papa di nome Giulio II che commissionasse e pagasse l’artista per dipingere?
Probabilmente no.
Da questa semplice domanda che evidenzia la necessità per un qualsiasi prodotto materiale o immateriale di un creatore/ideatore, di persone recettive all’utilizzo, ma anche di un committente/finanziatore, di una funzione e della possibilità di essere effettivamente utilizzato, la mia tesi vuol partire per far luce sul conflitto interiore che ha segnato e continua a segnare il cinema italiano troppo desideroso di sentirsi e fare arte piuttosto che economia. Si è oramai arrivati ad un punto di non ritorno che esige un radicale cambiamento di prospettive, e innanzitutto chiarezza, perché i numeri dicono che da vent’anni le quote di mercato dei film nazionali raramente hanno toccato il 30%, attestandosi in questi ultimi anni intorno al 22%, a fronte comunque di una buona produzione che è circa la metà dei film importati dagli USA.
Non sembra un po’ strano che i film italiani che escono nelle sale li veda a mala pena un italiano su quattro? Forse è ora di iniziarsi a porre domande sulla stessa esistenza del cinema in Italia: a cosa serve il cinema? Qual è la sua missione, la sua funzione, il suo fine? Rispondere a queste domande sarebbe già un passo avanti. Si delineerebbero già degli obiettivi da raggiungere, punti d’arrivo cui aspirare, per cui lottare e migliorarsi continuamente. Produttori, registi e sceneggiatori in primis dovrebbero avere chiaramente in mente cosa vogliono dire, fare, ottenere da e attraverso il mezzo cinema italiano; poi tutto il resto. Di qui, per prima cosa, la necessità della chiarezza, un concetto che potrebbe essere esplicitato nella possibilità di rispondere in qualsiasi momento della filiera produttiva ai famosi cinque quesiti delle 5W di Lasswell (who, what, where, whom, why), il quale diceva che si potesse parlare di comunicazione solo quando vi fosse la possibilità di fornire risposte univoche alle cinque domande che definiscono il processo comunicativo stesso, che in italiano stanno per: chi dice? Che cosa? Attraverso quale canale? A chi? Con quale effetto? . Senza entrare troppo in questioni che riguardano il mondo della comunicazione, è importante evidenziare come la semplicità di queste domande, (che in un contesto non prettamente comunicativo si potrebbero tradurre in: chi fa? Cosa? Per chi? Come? Attraverso quale mezzo? Perché?) possa far chiarezza riguardo al rapporto tra un soggetto agente, la sua azione, il suo contesto e gli obiettivi da raggiungere. Nel concetto di chiarezza potrebbe essere ricompreso il concetto di mission (missione strategica), perché permette all’impresa di descrivere il proprio campo di azione e il mercato di riferimento, esprimere la propria vocazione di base e i propri principi direttivi in materia di risultati economici e chiarire il proprio sistema di valori.
È per questo che l’elemento di fondo della tesi vuole essere la necessità di far capire a tutti gli operatori e studiosi del variegato mondo del cinema che nel futuro qualsiasi prodotto cinematografico si voglia fare, nessuno potrà prescindere dal non considerare basilari e primarie le esigenze economiche su quelle artistiche. Anche perché si ricordi che ogni impresa ha come “principio di base” il raggiungimento di un determinato obiettivo che genericamente è indicato come il profitto. Senza profitto l’impresa muore.
Questa considerazione parte dal presupposto che non ha e non avrà mai veramente senso considerare all’inizio, prima ancora della sua creazione, un qualsiasi prodotto cinematografico come “opera d’arte” o come “film di interesse culturale nazionale”, sulla base della lettura della sceneggiatura e dell’elenco troupe e attori, e di decisioni prese (sino all’attuale nuova legge cinema) con non chiari criteri da parte delle varie commissioni cinema per i film da finanziare con il fondo di garanzia. Opera d’arte? Ma quale e dove? Interesse culturale nazionale? Ma cosa significa? Ma interesse di chi?
Fortunatamente la nuova “Legge Cinema” approvata con decreto legislativo il 22/01/2004 qualche sicuro miglioramento lo apporterà ma da qui a risollevare le fortune del cinema italiano, ancora ce ne vuole.
Solo dopo la creazione e la definitiva “vendita” si può giudicare e definire un prodotto come opera d’arte, o almeno, solo dopo che sia data la possibilità della fruizione dell’opera ad un pubblico e ad una critica si possono fare ulteriori considerazioni riguardo il suo reale valore, perché non si può valutare qualcosa sulla base delle intenzioni. E solo dopo l’uscita del film in sala e il consumo del pubblico dovrà essere possibile dare benefici materiali e immateriali al progetto filmico realizzato.
E poi, per quanto riguarda il concetto di arte, questo, mal si addice al contesto cinematografico attuale italiano. L’arte, quella con la A maiuscola, quella pagata con il denaro pubblico e sponsorizzata da una nazione che si fa portatrice di determinati valori e visioni di vita, dovrebbe essere qualcosa che porta gioia, vita, stimolo, bellezza, funzionalità, creatività, emozione, sanità, riflessione, spettacolo, novità, freschezza… e allora che sia veramente la benvenuta. In buona fede non si dovrebbero considerare “opere d’arte” film che sono fonte di non ben coscientizzate malattie e frustrazioni esistenziali di registi che troppe volte trasmettono tristezza, noia, bruttezza, stereotipia, vecchiezza, schizofrenia, sempre le solite storie… e che ovviamente pochi vanno a vedere. O se pure si vogliano ritenere “opere d’arte” questi film, sarebbe meglio che siano gli stessi registi a trovare il modo in cui finanziarli.
Perciò il sistema Italia non dovrà continuare a elogiare e a premiare film che non stimolino alla vita e al fare, e che non propongano soluzioni propositive esistenziali o almeno che facciano sognare e dimenticare la realtà che troppo spesso non soddisfa. Sono davvero troppi quei film che fanno uscire dal cinema persone annoiate, e magari rattristate, oramai che la realtà del mondo supera le più atroci fantasie…
Neanche si sia mai pensato di prendere esempio dagli americani e utilizzare il cinema come uno strumento di soft power e di guerra economica e culturale… uno strumento per espandere e far valere e vendere la cultura e lo stile di vita italiani nell’intero globo terrestre. Almeno una giustificazione strategica nazionale, e invece no sempre a darsi addosso da sola l’Italia, e a fare film che neanche gli italiani vanno a vedere…
Così il concetto di “interesse culturale nazionale” da accostare ai film per ottenere finanziamenti è stato ed è un concetto privo di senso che non ha logiche reali di sussistenza. Interesse nazionale di chi? Sulla base di cosa? Come?
E allora, sarebbe meglio considerare la parola “interesse” con due significati: a) che interessa e affascina molto più di qualcuno e allora è interessante, e b) che fa l’interesse e il guadagno (non solo economico, ma per esempio di stimolo, di immagine, di emozioni, di pubblicità) a più di qualcuno (sia di tutti coloro che partecipano alla realizzazione, sia di tutti gli spettatori, sia della nazione) e allora è profittevole.
L’auspicio è che i prodotti cinematografici diventino veramente Interessanti e non solo interesse per i soliti noti che hanno pensato unicamente a come incassare al più presto possibile il finanziamento statale per fare un qualsiasi film e così “campare” anno dopo anno, film dopo film, tanto il sistema funziona così e allora va tutto bene. Per questo c’è bisogno di imprenditori e manager produttori e non di speculatori o produttori alle prime armi che nascono e muoiono al primo film e che fanno i loro guadagni a danno dell’immagine e delle casse dell’Italia. In questa direzione va anche la nuova legge cinema che permette un finanziamento da parte dello Stato non superiore al 50%.
Si auspica un metter da parte le parole come arte e cultura troppo spesso abusate. Si parli per un po’ invece di business, profitto, vantaggio competitivo, egemonia culturale, risorse interne ed esterne, marketing e comunicazione… perché se un prodotto cinematografico ha successo al botteghino, fa economia e fa grande indotto non solo economico ma anche culturale, di immagine, di brand di tutto il sistema Italia.
Il senso, il motivo d’essere dell’espressione artistica cinematografica è dato dai risultati di botteghino e da quante più persone ne fruiscono, consumano e rinnovano il significato.
Come già detto nella prefazione il filo conduttore di questa tesi vuol essere la rilevanza economica di ogni azione all’interno della filiera cinematografica, perciò attraverso i vari capitoli emergerà la necessità sempre maggiore di una precisa pianificazione strategica fondata innanzitutto su una chiara definizione di mission, e quindi la futura esigenza di elaborare nuovi business plan su misura dei propri assets e obiettivi, per valutare rischi e possibilità prima di investire risorse umane ed economiche. Il mercato è considerato come il momento della verità, come epifania del successo o della sconfitta dell’intuizione imprenditoriale, e ovviamente in un mondo di merci da consumare, la centralità dello Spett-attore che è sempre di più primo attore, arbitro delle sorti nel bene e nel male del prodotto che si va a produrre. Capire che un film prima di essere un opera d’arte è un prodotto che si andrà a collocare in un preciso mercato composto da reali persone che lo acquisteranno o meno, e quindi cercare di ridurre il più possibile i rischi affinché non rimanga invenduto sul mercato, o non visto da un numero utile di persone, o non comprato da qualche distributore/emittente televisiva, che consenta di superare al più presto la linea del break even point. Bisogna capire che se le uscite sono o saranno maggiori delle entrate qualcosa si è sbagliato.
La parola d’ordine per qualsiasi azione audiovisiva si voglia fare dovrà essere: “con gli occhi dello spettatore”, intendendo con ciò che i massimi responsabili del prodotto (regista, produttore, reparti tecnici e organizzatori) dovranno avere bene in mente da subito la “visione” del film come un unico insieme armonioso e avere attimo dopo attimo di lavoro la sensibilità di guardarlo con la percezione di un essere umano qualunque, o meglio di uno spettatore qualunque… (…). Se ci sarà la visione con gli occhi dello Spettatore, lo Spett-attore sicuramente alla fine del film non penserà di aver buttato soldi e tempo inutilmente, ma se ne andrà a casa soddisfatto con qualche emozione e pensiero in più, con la convinzione di aver visto un ottimo film e magari consigliandolo ai propri amici. Si domandino continuamente produttori, registi e responsabili dei finanziamenti: “se fossi una qualsiasi persona (o “appena” una precisa persona del target prescelto) andrei a spendere dei soldi per vedere quello che sto facendo?”. Con questa semplice do-manda dovrebbe essere difficile non ottenere una veloce risposta: SI o NO? E se la risposta è nei maggiori dei casi no, sarebbe veramente inutile e masochista iniziare o continuare a fare un film che si dubiti possa piacere o interessare un preciso insieme di persone, tanto da far rientrare almeno dei costi, e allora sarebbe meglio dedicarsi a qualche altra attività…
Ma allora un’altra domanda sorge spontanea, ma i responsabili ministeriali dei finanziamenti cosa hanno guadagnato a far finanziare dei a film a volte neanche distribuiti?
Supponendo come fondamentali per qualsiasi azione economica la conoscenza di se stessi, dell’ambiente circostante e delle strutture e mezzi per arrivare ad un determinato fine (mission), la tesi vorrebbe essere una sorta di cammino introduttivo degli aspetti e degli elementi economici del cinema. Allo stesso tempo, vuole richiamare attenzione in modo critico e stimolante con qualche nuova idea, ponendo alcune linee guida su cui sarebbe meglio orientarsi per non incorrere in errori di valutazione economica, imprudenza e ignoranza. C’è bisogno di iniziare a costruire una cultura manageriale cinematografica e una nuova e forte identità al cinema italiano figlio delle sue specificità economiche, territoriali e culturali, che sappia e voglia vendersi all’estero con forza e determinazione.
In qualche parola si potrebbe dire: spazio agli sceneggiatori e agli artigiani del “made in Italy”; sviluppo dell’immagine e propaganda; sostegno finanziario mirato e globale (dall’ideazione del soggetto alla promozione, e non più solamente dello Stato ma magari anche di privati investitori o di ogni singola Regione); nuove modalità di reperimento di risorse economico-finanziarie; progetti e investimenti a medio-lungo termine; innovazione; marketing integrato e orientato; ricerca e sviluppo e formazione continua.
La parola “arte” la si usi dopo la parola economia, perché l’economia è arte: l’intuizione e l’idea di poche persone che attraverso la fantasia e concrete capacità hanno saputo forgiare un qualcosa diventato realtà con vantaggio e benessere di tutte le altre persone.
Quando tutto funzionerà a meraviglia e il prodotto sarà stato percepito e consumato da milioni di esseri umani, allora sì che ogni produttore, regista, attore, distributore, ed ogni lavoratore della filiera cinematografica si potrà sentire un po’ Michelangelo.
Roma dicembre 2004
un altra recensione sul libro di Feltri su Ragion Politica
La “Repubblica” italiana cerca Leader disperatamente Giugno 5, 2007
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Oggi la rubrica Diario di Repubblica affronta il tema della Leadership. Ci sono tre belle pagine tutte da leggere e da meditare. La prima pagina con l’articolo di Merlo illustra l’attuale situazione italiana che vede la mancanza di un vero leader nazionale della sinistra, in stile Sarkozy. In Italia, da anni sembrano vadano di moda stile di leadership soft, senza palle e coraggio, senza orgoglio ed una chiara visione della nazione. Va avanti la leadership di compromesso e purtroppo al ribasso (esempio lampante è l’attuale Capo del Governo). E conclude: “Non ci sorprende dunque che i governi italiani, quelli di sinistra come quelli di destra, siano in perenne crisi di consenso, si dissipino in un orgoglio di comandi, un flottare di ordini, perchè appunto la mancanza di leadership ordina e riordina e preordina e postordina e sputacchia disordinatamente discorsi e sentenze, encicliche e omelie, ordini di servizio e servizi d’ordine, ma non governa, non guida, non dirige, non traccia la rotta di un paese che rimane “nave senza nocchiero in gran tempesta”. La leadership italiana sembra l’epifania postcoitale perchè, come si sa, nel nostro Paese “cumannari è megghiu di futtiri”. Gli altri due articoli parlano del leader nell’Italia dalla prima alla seconda Repubblica, che era il leader in funzione del Partito, e della “Fenomenologia del leader carismatico”, quello che riesce a capire la storia e a prevedere il futuro meglio degli altri, così da imporre la propria visione e volontà ed essere un unicum con il proprio popolo che lo seguirà nel raggiungimento di un “mondo migliore”.
pubblicato anche su SpinDoc
Orgoglio Neo-Conf Maggio 27, 2007
Posted by polspot in Cultura, Libri e riviste.add a comment
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Ho appena finito di leggere NEO-CONF (Auto)ritratto del nuovo confomista di Andrea Pugliese, così prima che anche questo libro passi nel dimenticatoio della mia memoria, tanto vale scrivere due righe. Un libro simpatico, da leggere in bagno, o nei momenti di stanchezza, quando non si è troppo su per leggere qualcosa di impegnativo, o quando non si è troppo giù per leggere un romanzo o addirittura ritirarsi a guardare la televisione. Una buona via di mezzo insomma, come vorrebbe proprio l’autore, il neo-conf che vuole sempre stare nel mezzo, sempre a fare contenti tutti. Ancora non so se ne sia valsa veramente la pena comprarlo, ma tant’è oramai l’ho pure letto. Mi ha attirato il titolo e le foto presenti all’interno. E poi avevo bisogno di testare il mio grado di “conformability”, perché non si sa mai di questi tempi, meglio essere prudenti per non avere problemi… Un onesto 6- se lo merita. Forte della “scientificità sociologica” della vita liquida di Bauman, il libro è un piccolo viaggio all’interno del mondo del nuovo conformista che “deve continuamente adeguarsi a un flusso di idee deboli e di mode mutevoli, deve mostrare opinioni senza avere idee, deve fingere personalità senza essere una persona”. È l’apologia del nuovo orgoglio conformista.
Una chicca sono le nuove regole del viver bene:
“- Non date mai agli altri più di quello che si aspettano da voi, ovvero date sempre meno di ciò per cui siete pagati.
- Onorate il padre e la madre finché garantiscono vitto, alloggio, e un contributo alla rata del mutuo.
- Abbiate sempre un’opinione su come risolvere ogni problema che non vi riguardi direttamente come se esso vi coinvolgesse in prima persona. Si tratti di un eruzione alle Hawaii, della microcriminalità a Secondigliano, o della Zona a Traffico Limitato.
- Di un paio di corna non è mai morto nessuno e fanno bene alla coppia che riscopre nuovi stimoli e sfide. Ricordate che gli atti impuri stanno soltanto negli occhi di che guarda.
- Rubare dalle tasche del prossimo è reato, difendersi dall’iniquità del fisco è fare giustizia in un sistema che pensa solo a sé stesso.
- Nominate pure il nome di Dio invano tranquillamente, tutti sanno che simpatizza per i Neo-Conf.
- Trasmettete sempre una sensazione positiva di voi stessi. Non importa se vi hanno rubato la macchina o se vostra moglie tromba col capo che vi ha appena detto che a causa degli esuberi dovete scegliere tra l’accattonaggio e il tuffo dal ponte della ferrovia.
- Le cose vere non hanno mai nessun valore se non sono verosimili. A che pro realizzare qualcosa a cui gli altri non crederanno mai?
- Soffrire nel presente per un futuro migliore è un’attività idiota. Se non vedete subito i frutti del vostro sforzo significa che la state prendendo in quel posto.
- Non uccidete mai quando rischiate di ricevere gli schizzi sulla vostra camicia. Delegate sempre.”
Se uno ha ancora dubbi sul suo “posizionamento” nella società, meglio che se lo vada subito a comprare…meglio conformisti che morti.
E’ in edicola L’Europeo con uno speciale VOTANTONIO… da comprare! Maggio 26, 2007
Posted by polspot in Libri e riviste, Politica.2 comments
L’Europeo di maggio esce con un numero speciale sui linguaggi della politica e sul rapporto partiti-leader-elettori dal 1946 al 2001. Assolutamente da comprare.
L’introduzione al volume di Daniele Protti mi pare ottima. La ripropongo con qualche taglio:
[Nessuno come Silvio Berlusconi è riuscito a imprimere una svolta tanto radicale nella comunicazione politica italiana che, nonostante l'avvento della televisione continuava a rimanere arroccata sugli archetipi post-bellici, con modeste innovazioni. Così sostengono molti, non solo i fans più sfegatati del Cavaliere, per argomentare una svolta pur irrisa, denunciata, avversata con motivazioni spesso condivisibili, almeno sul piano dei contenuti. La comunicazione come spot, l'elettore "coltivato" come consumatore, il messaggio politico ridotto all'osso ("il pericolo comunista") ma insistito con il martello pneumatico etc. Neppure questa era una innovazione, in realtà: per decenni la politica italiana è vissuta sulla "paura del rosso". Ma va riconosciuto a Berlusconi di aver mostrato una temerarietà e una costanza senza cedimenti, dal 1994 a oggi. E soprattutto di aver usato la tv come nessun altro prima ha saputo fare, grazie a quella che Beniamino Andreatta chiamava "l'allergia rispetto alle regole del gioco". Gli avversari hanno seguito l'onda, almeno sinora. Di corsa tutti a Porta a Porta, Ballarò, Matrix etc. con la benedizione dell'ultrapresenzialista Fausto Bertinotti. Giga-mega-manifesti come quelli di S.B., culto della personalità risorgente, adorazione della battuta pensata e studiata per diventare un titolo (che rivela una straordinaria subalternità di tanti politici all'effetto stampa). Ripercorrere la storia elettorale post-bellica evidenzia un intreccio non separabile tra politica e comunicazione, tra contenuti e linguaggio. (...) Noi l'abbiamo sintetizzato nel titolo VOTANTONIO e nell'immagine in copertina di Totò. Per un motivo semplicissimo: tanti guru dovrebbero andare a strudiarsi/ristudiarsi proprio Totò, il più moderno comunicatore del XX secolo.]
Per il resto, basta dire che la rivista è un susseguirsi di emozioni e ricordi. Tra foto, parole ed immagini di manifesti si fa un incredibile full immersion nella storia della politica italiana. Ancora non me lo sono letto tutto, ma soffermandomi sul pezzo della Fallaci mi sono commosso, mentre su quello di Cicciolina un po’ meno… Andatevelo a comprare!



